Le Statue Stele Lunigianesi

Il castello dalle origini ai giorni nostri

Le cronache più antiche, risalenti al XII secolo, riferiscono che l'imperatore Enrico V, durante la sua discesa a Roma, nel 1110, dovette espugnare Pontremoli che gli sbarrava il transito. Il borgo viene così descritto: inde castra movens Appenninum trascendit, oppidumque, quod Pons Tremulus vocatur, natura locorum et altissimis turribus munitum, transitus prohibens, expugnavit et coepit. Il valore strategico di Pontremoli viene messo in risalto anche da Federico II che in una lettera del 1247, diretta al figlio Re Enzo di Sardegna, descrive Pontremoli come unica chiave e porta (clavis et ianua) per accedere alla Toscana. Alcuni secoli più tardi il castello ed il borgo suscitano analoga impressione agli occhi delle truppe di Carlo VIII che, sul finire del secolo XV, transitano da Pontremoli devastandola. Un cronista al suo seguito descrive così la cittadina: "et est a l'entrée des montagnes. La ville et le chateau estoient assez bons et en fort païs. S'il y eust bon et grand nombre de gens, elle n'eust point esté prise".

Facendo parte originariamente dei territori obertenghi, Pontremoli si costituisce libero comune nel secolo XII, subendo tuttavia le influenze dei Malaspina e dei maggiori comuni limitrofi di Piacenza e Parma. Agli inizi del XIV secolo Pontremoli perde la propria autonomia e l'imperatore Enrico VII la concede in feudo ai Fieschi. Da allora Pontremoli ed il suo castello passarono di signoria in signoria fin quando, assieme ad altri territori lunigianesi divenne proprietà dei sovrani spagnoli (1556-1647), per poi essere ceduta alla Repubblica di Genova (1647) ed infine al Granducato di Toscana (1650). Il complesso architettonico del Castello del Piagnaro è caratterizzato da un imponente mastio che, collocato nella parte più alta del rilievo, domina l'intera fortificazione. Si tratta di una grande torre avente per base una figura composita costituita da un quadrilatero associato ad un semicerchio. Il mastio, che presenta la superficie curvilinea all'esterno della cinta muraria, è alto circa 20 metri ed era originariamente accessibile tramite una piccola porta collocata nel prospetto meridionale all'altezza di circa 10 metri dal suolo. La porta era raggiungibile tramite una struttura lignea, oggi non più esistente, ed era protetta da un ponte levatoio del quale è rimasto, nella muratura, traccia dell'alloggiamento. Alcuni elementi storici fanno ritenere che il mastio risalga al primo trentennio del secolo XV, quando Niccolò Piccinino divenne signore di Pontremoli.

Infatti le Cronache di Antonio Cesena, scritte nel 1558, rivelano che la costruzione del mastio di Varese, avente struttura analoga a quello del Piagnaro, avvenne per opera del Piccinino il quale convocò a Varese, per la costruzione di una fortificazione, i "magistri" che avevano realizzato il mastio di Pontremoli: " Il fatto che, [Niccolò Piccinino], fece subito venire di val de Taro e Lunesana guastadori e maestri da murare, e fatto fare gran numero di fornaci per calcine, fece fare la torre nostra di Varese a quelli medesimi maestri, che perciò haveva fatti venire, li quali poco inanzi havevano fatto la torre di Piagnaro castello di Pontremoli". Il modello strutturale che accomuna le due opere di Pontremoli e di Varese trova ampi riferimenti nell'edilizia fortificata europea della prima metà del secolo XV, e soprattutto nelle torri francesi "a becco" di Issoudun (Indre) e Roche-Guyon (Val-d'Oise).

Sottostante al mastio si trova una piccola corte quadrilatera, delimitata ad ovest dalla cortina muraria tardomedievale e nei versanti sud e est da un grosso edificio avente forma planimetrica ad "elle", che è il risultato dell'accorpamento di più strutture risalenti a fasi costruttive assai diverse tra loro. Nel versante ovest l'edificio sfrutta la preesistenza della cortina muraria dotata di torre di fiancheggiamento cilindrica. I caratteri distribuitivi interni fanno pensare, per questo grande fabbricato, una destinazione d'uso originaria di tipo casermistico, documentata da alcune rappresentazioni planimetriche risalenti al secolo XVIII. E' forse in questi ambienti che veniva alloggiata la guarnigione del castello citata in un documento risalente al 1431 e costituita da 25 uomini tra balestrieri e portatori di scudi. 

Secondo la tradizione i piani terreni del complesso ospitavano le prigioni; in questi vani ancora oggi sono ben conservati i "necessari", primordiali servizi igienici. La struttura conserva anche evidenti tracce del nostro secolo, soprattutto nei piani alti, quando all'interno furono ricavati scuole ed appartamenti di civile abitazione.

Uscendo da questo spazio si ha accesso ad un'altra corte, più ampia, mediante una rampa selciata sormontata da un portale, realizzata nella metà del secolo XVIII. Nel versante settentrionale della corte si trova la cappella, che presenta rifacimenti probabilmente settecenteschi, mentre il lato occidentale è costituito da un corpo allungato disposto su due livelli: assieme al mastio questo edificio rappresenta una delle strutture più antiche del castello ed ospita attualmente il Museo delle Statue Stele. Le aperture rivolte sulla corte presentano manomissioni e rifacimenti mentre in prossimità della cappella, sempre al primo piano, si trova un arco gotico con apertura tamponata. Il portale suggerisce una datazione risalente ai secoli XIV-XV. L'ingresso principale al castello immette, attraverso un androne, in questo edificio, dal quale è possibile accedere direttamente alla corte tramite un corridoio voltato. Una enfatica decorazione lapidea costituisce l'ornamento a questo passaggio. 

La corte, che ospita un pozzo in arenaria, è delimitata nei versanti meridionale e orientale da una cortina con camminamento, che presenta rifacimenti settecenteschi. La base della cortina, con scarpa, è stata edificata con una precisa tecnica muraria non dissimile da quella impiegata nella costruzione del mastio. Anche questa struttura potrebbe essere stata realizzata per opera del Piccinino, sebbene nel versante orientale sia presente una aggiunta, comprendente un apparato difensivo a sporto, con guardiola angolare, probabilmente risalente al secolo XVIII. 

Nei secoli XVII e XVIII le difese del castello vengono riorganizzate e studiate per resistere agli assalti dalle varie direzioni. Come nella maggior parte delle opere fortificate complesse, la fortezza viene divisa in apparati difensivi definiti, secondo la consuetudine, con nomi di santi. Planimetrie settecentesche indicano a nord "l'Opera di San Giuseppe", attigua al mastio, mentre l'angolo sud-est è difeso dal "Bastione di San Cosimo"; infine, a guardia del fronte occidentale, si trova "l'Opera di San Giovanni Battista".

L'immagine complessiva del castello, sempre vigile sulla città, è ancora oggi contraddistinta dal grigiore delle sue pietre e delle piagne, lastre in pietra impiegate nella copertura che, secondo la tradizione, hanno attribuito al castello il nome di Piagnaro. Sull'origine del toponimo non sono stati ancora condotti studi specifici, ma sappiamo che la fortificazione è già ricordata negli Annali Ghibellini Piacentini del 1262 come "planele" e nel 1329 negli Annali Parmensi come " fortilitia que dicitur Pianorium". Secondo lo storico Manfredo Giuliani l'origine del toponimo deriverebbe dalla natura della roccia in posto, adoperata per la realizzazione delle lastre di copertura.
La storia della struttura del castello è strettamente collegata alle vicende militari subite nei secoli, caratterizzate da continue demolizioni e ricostruzioni; specifici studi e ricerche potranno forse favorire la conoscenza delle modificazioni che nei secoli si sono succedute.

Bibliografia

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Estratto da 'N. Gallo - Guida storico-architettonica dei castelli della Lunigiana toscana - Istituto Valorizzazione Castelli, Prato 2002.

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